Quarant’anni dal terremoto in Irpinia


“Mio Padre e l’Ira di Dio”

di

Licia Giaquinto

Fu la telefonata di mio padre a sconvolgermi quella sera: mentre attorno a lui crollava il mondo e il cielo nero di novembre si addensava di polvere, invece di fuggire all’aperto, fece il mio numero.

Qui c’è l’ira di Dio, disse. Il finimondo.

Poi la linea si interruppe.

Restai pietrificata da quelle parole. Chiamai immediatamente a casa, ma il telefono faceva tuu… tuu…: un suono cupo, come il rimbombo di una campana a morte. Poi ci fu solo silenzio.

Dalla televisione seppi cosa era successo.

Si erano ficcate dentro di me, come chiodi, le parole di mio padre.

Non aveva parlato di terremoto, ma di ira di Dio.

Forse dopo, se la linea non fosse caduta, avrebbe detto in che modo Dio lo stava distruggendo, il mondo.

Mio padre non lo nominava mai, Dio, e non per obbedire al comandamento che ordina di non pronunciare il suo nome invano, ma solo perché, non esistendo per lui quell’entità, non esisteva neanche la parola che lo designava.

Perciò, non per caso, pensai, ma volutamente lo aveva nominato. Di fronte all’apocalisse aveva scoperto Dio.

Ma non il Dio dell’amore, della compassione, della pietà, ma quello del diluvio, quello che perseguita Giobbe, che ordina ad Abramo di uccidere il figlio. Così, diversamente da coloro che all’arrivo al finis terrae, assaliti dall’horror vacui, si rivolgono a Dio perché li salvi dall’inferno in cui stanno precipitando, e a cui non hanno mai creduto fino ad allora, lui, mio padre, a Dio gli aveva puntato il dito contro.

Le ore successive furono un incubo. Le uniche notizie, frammentarie e scarse, arrivavano dalla televisione, e parlavano di paesi annientati, di comunicazione e soccorso difficili.

Fu mio padre a ritelefonarmi alcune ore dopo. Erano salvi lui e mia madre, ma non avevano notizie di mia sorella. Correva voce che la discoteca di Solofra, dove era andata, fosse crollata sotterrando molti ragazzi. Ero lontana e mi sentivo impotente.

«La cosa più terrificante», mi disse, tempo dopo, Antonio, un caro amico di mio padre, «la cosa più terrificante, è stato il senso di totale impotenza che ho provato. Sapevo che mia moglie e la mia bambina erano sotto le macerie, io ero a pochi metri da loro e non riuscivo a salvarle. Mi sorprendevo a sperare che fossero morte, tanto era insopportabile l’idea che vivessero in un incubo fatto di buio e di dolore. Toglievo mattoni, calcinacci, comodini, sedie, per cercare di arrivare fino a loro. Chiamavo mia moglie, mia figlia, ma nessuno mi rispondeva. E questo silenzio un attimo prima mi consolava e l’attimo dopo mi buttava nella disperazione».

Di altri si fa peccato, ma spesso si indovina – Il Sole 24 ORE

Le trovarono, madre e figlia, abbracciate. La madre gonfia e nera come un otre per la polvere che aveva respirato, la figlia ancora in vita, protetta dal corpo della madre.

L’ira di Dio? Per punire chi? Il marito? La madre? La bambina?

La nostra casa era rimasta intatta. Neanche una lesione, solo qualche pezzo di intonaco si era staccato qua e là .

Era stata edificata, assieme ad altre simili, una decina d’anni prima da masto Tommaso, un costruttore che aveva messo il cemento e non la sabbia nelle fondamenta e nei muri portanti. E la scoperta che quel costruttore era stato onesto fu una sorpresa. Un caso così raro che sembrò un miracolo.

Poi venne fuori che a Solofra le case popolari, fatte nel 62 dallo stesso costruttore, erano crollate uccidendo molte persone. Aveva usato due pesi e due misure? Le case per i privati le aveva fatte a regola d’arte, mentre per quelle popolari aveva risparmiato su ferro e cemento? O era stata l’ira di Dio a usare due pesi e due misure?

Mia sorella, assieme agli altri ragazzi era riuscita a fuggire dalla discoteca prima del crollo. Poi al buio camminando su cumuli di macerie era arrivata a Torchiati e aveva rischiato, a pochi metri dalla nostra casa, di venir sotterrata dal campanile della chiesa, crollato un istante dopo il suo passaggio.

Il giorno dopo iniziò il bollettino dei morti.

E pezzi della mia vita vissuta lì in paese cominciarono a crollare e a sbriciolarsi come gli intonaci e i muri delle case.

La “signorina dell’adunanza” era stata estratta viva dalle macerie, si sarebbe salvata se l’ospedale di Solofra fosse stato agibile e quello da campo già pronto. Si chiamava Maria, come la Madonna, perché sua madre, che aveva rischiato di perderla durante la gravidanza, l’aveva consacrata a lei, appena nata, portandola al santuario dell’Incoronata di Torchiati e lasciandola per un po’ sull’altare sotto la sua immagine.

Poi, a cinque anni le aveva cucito l’abito delle suore devote della Madonna, e con quello Maria girava per il paese di Aterrana, dove abitava allora. Fu naturale per lei farsi suora, appena ebbe l’età giusta. Nessuno seppe perché a un certo punto abbandonò il convento.

Era una devota, la chiesa era la sua casa. Divenne per tutti «’a signurina ‘r’adunanza». Insegnava alle bambine il catechismo e se le portava in giro per l’Italia. Poi mise su un teatrino, e quelle bambine, da sempre costrette ad andare « ‘a maesta» di ricamo e cucito, conobbero la recitazione, il ballo, il canto.

Del farmacista, non ho mai conosciuto il nome.

La sua farmacia, odorosa di erbe e cera d’api, con gli scaffali di noce dove erano allineati vasi di ceramica vietrese, con su scritte parole sconosciute, mi aveva sempre affascinata.

Quando non serviva i clienti, se ne stava dietro l’antico bancone di legno intarsiato a leggere, o scompariva nel retro a miscelare erbe e veleni.

Fu sommerso assieme ai suoi atanor, ai suoi alambicchi, ai suoi vasi e ai suoi libri, dal crollo del palazzo.

Che fine hanno fatto i suoi libri? Chiesi a uno che lo conosceva bene, tempo dopo.

Li hanno bruciati, mi rispose.

E perché?

Molti erano proibiti.

Proibiti? E da chi?

Da Dio. Rispose.

Restò per me, il farmacista, un uomo misterioso e affascinante come un personaggio di un romanzo praghese.

Arrivarono gli aiuti: viveri, vestiti, coperte.

A Concetta Caramica la donna più sporca e trasandata del paese capitò uno scatolone di vestiti che veniva dalla Francia. Se lo caricò in testa e lo portò nel prefabbricato di una sua amica, sporca e trasandata come lei. Lo aprirono e scelsero due tailleur. Poi si misero collane guanti cappelli, trovati nello steso scatolone, e uscirono in strada.

Salivano sulle macerie, sostavano davanti alla chiesa sventrata, e tutti per un attimo dimenticavano la tragedia e dicevano: ma come siete eleganti!

Ma sono tailleur Chanel! Esclamò la marchesa, loro vicina di prefabbricato, nel vederle. Dove li avete presi? Li voglio anch’io.

Mi venne in mente, quando mi raccontarono l’episodio, la regina Maria Antonietta, famosa per aver detto: «I sudditi hanno fame? Beh, allora dategli delle brioche».

Forse, chi aveva inviato quel pacco, aveva voluto emularla: i terremotati sono nudi? Beh allora dategli degli Chanel.

Ed ecco i soldi: a valanghe. Ed ecco che inizia la vera devastazione.

Se l’ira di Dio aveva distrutto corpi e cose, il diavolo col suo sterco distrusse le anime. Schiere di sciacalli, travestiti per lo più da sindaci, architetti, geometri, ingegneri si accanirono su tutto quel dolore come zecche sul corpo di un cane.

A Solofra, il convento Agostiniano del 1455 aveva ricevuto pochi danni. Bastava niente per ristrutturarlo. Ma che guadagno c’era in quel niente? Si decise allora di raderlo al suolo e di costruire al suo posto un edificio di cemento. Tre miliardi di lire fu il costo della costruzione che fu definita la più brutta d’Italia.

Il sindaco De Chiara, successo a quello che aveva gestito l’emergenza, si dannò per contrastare la corruzione e rimediare alle brutture.

Riuscì perfino a rendere, con interventi di chirurgia plastica, quel mostro meno mostro.

Ma una notte, distrutto dagli attacchi e dalle minacce dei suoi nemici, si suicidò buttandosi dal sesto piano del suo palazzo.

Restano a Solofra molti obbrobri.

Uno per tutti. La chiesa della Consolazione, alle porte del paese. Se ne sta sconsolata e “sgarrupata” al centro del cappio, costituito da due strade e da un muro di cemento, che le hanno costruito intorno.

E adesso? Dopo trent’anni lo scempio è completato, o quasi.

Sono finiti i soldi del terremoto, ma ci sono ancora molte ghiande per i maiali. Discariche da costruire, pale eoliche da infilzare come angeli alieni sulle sommità ventose delle colline. A dispetto di eleganti country house e campi da golf, sorti sul territorio un tempo arido dell’Irpinia.

*Nota: scritto già pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 23 novembre 2010 ma non reperibile nel world wide web


L’autrice (Link ad Anobii)

Licia Giaquinto è nata in Irpinia, dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Oggi vive fra Bologna e Amalfi. Ha pubblicato “La Ianara” (Adelphi 2010), “Cuori di nebbia” (Dario Flaccovio 2007), “È successo così” (Theoria 2000), “Fa così anche il lupo” (Feltrinelli 1993). Ha scritto poesie e testi teatrali. Ama tutti gli animali.

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